Perche' alcuni bambini trovano il loro posto nel gruppo meglio di altri?

L’uomo è predisposto ad essere in relazione e sin da piccolissimi gli esseri umani  s’identificano con i membri del loro gruppo di appartenenza. Questa predisposizione ha radici evolutive profonde ed è stata necessaria alla sopravvivenza dell’essere umano.

Sebbene fin da neonati i bambini abbiano un’innata predisposizione ad appartenere, ad essere dentro o fuori il gruppo, per alcuni bambini è più facile di altri.

Ciò che le ricerche hanno messo in luce è che diversi fattori facilitano o impediscono un buon inserimento all’interno dei gruppi.

I bambini nascono con un loro temperamento e alcune ricerche hanno messo in luce che l’indole di un bambino è un elemento importante che determina il modo in cui un bambino interagisce con gli altri. Gli studi della Piontelli (1989) sui gemelli hanno evidenziato che i feti hanno già un loro temperamento. Alcuni feti sono più attivi, altri invece sono più tranquilli. Russell at all (2013) hanno dimostrato che bambini dal temperamento mite vanno d’accordo con i propri pari, viceversa bambini più instabili dal punto di vista emozionale hanno relazioni peggiori. Le caratteristiche temperamentali influenzano, quindi, la capacità di un bambino di instaurare relazioni, ma è altrettanto vero che il temperamento è moderato dagli stimoli dei genitori.

Il bambino, attraverso la relazione con i caregiver, sviluppa la capacità di regolare le proprie emozioni e comprendere le intenzioni, i sentimenti e le aspettative delle persone che lo circondano. Se il bambino è stato oggetto d’interazione empatica da parte degli adulti svilupperà le competenze necessarie per empatizzare e comprendere le altre menti. 

I bambini attraverso la relazione con il caregiver, le sintonizzazioni e desintonizzazioni,  sviluppano i propri meccanismi di coping (Fraiberg, 1982), acquisendo una certa capacità di agire e apprendere che può attivarsi per far migliorare l’interazione.

Quando un genitore riesce a essere sensibile allo stato mentale del bambino, questo impara ad essere un partner interattivo e se l’interazione va male allora il bambino sa cosa fare per attivare la riparazione. Il mondo fa meno paura al bambino se questi sa di essere in grado di rimettere l’interazione sul binario giusto. 

Queste capacità che il bambino acquisisce attraverso la relazione con i genitori saranno di grande aiuto nella relazione con i coetanei.

Dunn (2004) ha, infatti, rilevato che i bambini che sviluppano, grazie a queste buone interazioni con i caregiver, un attaccamento sicuro tendono ad avere maggiori competenze sociali e sono amati dai coetanei in età prescolare. Questi bambini sono capaci di accettare che l’interazione sia iniziata dagli altri e reagiscono in modo adeguato e logico. Quando qualcuno propone qualcosa che non è gradito, sono pronti a offrire una possibilità alternativa e riescono a giocare bene con gli altri. Al contrario i bambini che non hanno ricevuto cure adeguate o sono stati maltrattati e trascurati sviluppano diverse difficoltà con i loro pari (Lyons-Ruth, Yellin, Melnick, Atwood 2003). Così i bambini con attaccamento ambivalente sono più predisposti a diventare vittime e a sviluppare difficoltà sociali (Sroufe 2005). Tali bambini tendono a controllare in modo incessante e ad essere prepotenti ed oppositivi.

Possiamo affermare che i bambini sviluppano rappresentazioni di se stessi in relazione agli altri che diventano la struttura delle loro relazioni future.

Ci sono altri due fattori che influenzano lo sviluppo della teoria della mente che facilita lo stare bene con gli altri: avere dei fratelli e la cultura.

Avere un fratello maggiore rinforza la competenza della teoria della mente e del funzionamento esecutivo. McAlister e Peterson (2006) hanno dimostrato che i figli unici e i bambini più grandi sviluppano le abilità collegate alla teoria della mente più lentamente in media rispetto a chi ha dei fratelli maggiori. I bambini che nei primi anni di vita iniziano a giocare a far finta con i fratelli e assumono dunque ruoli diversi avranno una comprensione più accurata dei meccanismi sociali e interagiranno meglio con gli altri bambini.

Avere dei fratelli e passare molto tempo con loro sviluppa una capacità di comprensione emozionale più profonda che poi permane nel tempo. Questo porta successivamente a minori conflitti interpersonali e alla capacità di collaborare meglio con gli altri.

Infine non dobbiamo dimenticare che i bambini sono inseriti in una cultura di appartenenza. Nel corso della vita viviamo secondo le convinzioni e le influenze culturali e sociali esterne.

Ci sono culture sociometriche cioè improntate all’interdipendenza tra i membri, dove i bambini crescono con più consapevolezza di far parte di una comunità e di un contesto sociale. Ci sono altre culture più egocentriche che valorizzano invece l’individualismo e l’autonomia dei bambini, anche questo può avere un’influenza nelle capacità di relazionarsi meglio con gli altri e di sentirsi parte di un gruppo, o una comunità.

Come si può comprendere i fattori che determinano che alcuni bambini trovino meglio il loro posto nel gruppo sono molti, credo che sia però importante sottolineare che la seconda infanzia è un periodo fondamentale per l’apprendimento sociale, che avviene attraverso i pari e all’ambiente circostante dove la scuola ha un ruolo fondamentale. Gli studi, infatti, sugli interventi di tipo sociale hanno messo in luce che interventi mirati ad accrescere le competenze sociali dei bambini e ad inibire gli agiti ha portato ad un miglioramento delle relazioni con i pari e una maggior accettazione da parte degli altri bambini (Ladd, 2005), confermando che le competenze sociali sono in parte apprese e che quindi si può fare molto per aiutare i bambini a stare bene all’interno dei propri gruppi.

Maria Silvia Guglielmin

 

Dunn, J.(2004) Children’s friendships. Oxford: Wiley-Blackwell

Fraiberg, S. (1982) Pathological defences in infancy. Psychoanalytic Quarterly, 51, 612-635.Tr.it. Difese patologiche nell’infanzia, in Il sostegno allo sviluppo,Raffaello Cortina Editore, Milano 1999, pp 217-239

Ladd, G.W. (2005). Children’s peer relations and social competence: A century of progress. New Haven: Yale University Press.

Lyons-Ruth, K, Yellin, C, Melnick, S, Atwood, G. (2003). Chilhood experiences of trauma and loss have different relations to maternal unresolved and Hostile-Helpless states of mind on the AAI. Attachment & Human Development, 5(4),330-352.

McAlister,A., Peterson, C.C. (2006). Mental playmates: Siblings, executive functioning and theory of mind. British Journal of Developmental Psychology, 24(4), 733-751

Piontelli, A. (1989) A study of twins before and after birth International Review of Psycho-Analysis, 16, 413-426

Russell, A. Hart, C.H., Robinson, C.R., & Foisen, S.F. (2003). Children’s sociable and aggressive behaviour with peer: A comparison of US and Australia, and contributions of temperamente and parenting style. International Journal of Behavioral Development, 27 (1), 74-86

Sroufe, L.A. (2005). The development of the person: The Minnesota study of risk and adaptation from birth to adulthood. New york. Guilford Press.